lunedì 2 luglio 2012

“Se è l’uomo a pagare il conto, merita prestigio, ma se a pagare sono io, posso dirmene orgogliosa” Immagine estetica e sociale della nuova donna cinese


Rita Barbieri è docente di lingua cinese e studiosa di tematiche legate alla cina classica e contemporanea. Ci invia questo articolo sull’estetica per le donne cinesi, che pubblichiamo con vero piacere.

ABSTRACT: In questo articolo, partendo dall’analisi di due casi di famose imprenditrici donne cinesi, ci si interroga su come sia cambiata nel corso degli ultimi anni l’immagine estetica e sociale delle donne e su quale significato abbia. Confrontando l’attualità con la visione tradizionale confuciana e con il periodo comunista, si disegnano similitudini e differenze, andando alla ricerca di un meccanismo comune.

Rita Barbieri
Allo scorso festival di Cannes tra i giurati spiccava un’ospite d’eccezione: Shi Nansun, una delle più importanti donne manager dell’industria cinematografica cinese. Una presenza di tutto rispetto in quanto, se già registi del calibro di Zhang Yimou e Chen Kaige avevano contribuito in precedenza a sdoganare le opere e i talents cinesi della settima arte, questa volta, invece di registi e sceneggiatori, la giuria ospitava tra i suoi membri nientemeno che una produttrice di Hong Kong. Una perfetta self-made woman che, dopo un periodo di formazione nel Regno Unito, comincia a farsi notare come programmatrice televisiva fino a quando, all’inizio degli anni ‘80, decide di unirsi al gruppo di produzione cinematografica “Cinema City” fondato per investire su registi e nomi nuovi.
Approfittando del clima più ‘liberale’ apportato dalla nuova “politica di apertura” promossa da Deng Xiaoping, Shi Nansun crea la propria casa di produzione e diventa in breve tempo il punto di riferimento internazionale del cinema di successo di Hong Kong, iniziando contemporaneamente alcuni progetti di collaborazione con la Rpc. Attualmente è una delle donne più ricche, potenti e famose in tutta la Cina, al pari di un’altra donna manager: Yue-Sai Kan. Come Shi Nansun, dopo un iniziale start-up nel cinema e nella produzione, anche Yue-Sai Kan decide di ‘mettersi in proprio’ fondando nel 1992 la prima casa cosmetica cinese, ceduta poi nel 2004 al marchio “l’Oréal”. Solo nel 2000 (anno dell’entrata della Cina nel WTO) però, aveva firmato un vero e proprio bestseller da cui era stata tratta perfino una serie televisiva in venti puntate: Meili helai: Zuo yi ge you fengdu, you pinwei, you xiuyang de xiandai ren (Etiquette for Modern Chinese/ The source of beauty: Become a poised, refined, Cultivated Modern Person) a cui era seguito un sequel nel 2004.
Si tratta di un caso editoriale estremamente interessante: in una Cina che ancora si proclama formalmente ‘socialista’ si vende e si stravende, attraverso il tam tam dei lettori, un libro che insegna alle donne come comportarsi, come porsi nella nuova società e come ottenere successo sul lavoro, in amore e nella vita: ovvero come ‘capitalizzare’ al meglio le proprie risorse. Un vero e proprio ‘manuale di etichetta’ che si colloca come ultima versione, la più aggiornata, di una lunga tradizione di testi normativi scritti dalle donne per le donne e che rivela quanti e quali cambiamenti si siano verificati nella Cina contemporanea. Infatti se paragoniamo questo testo, che pone l’accento sulla bellezza, l’eleganza, il fascino della donna, al capofila della serie (“Precetti per donne” della storica Ban Zhao, vissuta nel I sec. d.C. alla corte degli Han), sembra di trovarsi di fronte a universi paralleli.
Nel testo di Ban Zhao, la subordinazione della donna non è mai messa in discussione e la caratteristica a cui si dà maggiore rilievo è il tinghua: l’obbedienza. Una donna, secondo la tradizione confuciana di epoca imperiale, è sottoposta per tutta la vita alle tre subordinazioni (sancong) verso il padre, il marito e il figlio, a cui deve totale devozione, rispetto e obbedienza. La donna deve essere poi maestra nell’ ‘arte della ritrazione’: deve sapersi schermire, umiliare, deve rinnegare i propri meriti e mantenere sempre un atteggiamento di abnegazione. Non a caso l’autrice racconta che le bambine, appena nate, dovessero essere posizionate sotto il letto proprio perché familiarizzassero da subito con la loro posizione d’inferiorità. Il libro è diretto, in ottica chiaramente confuciana, a formare una donna che occupi degnamente il proprio posto all’interno della società prendendosi cura prima di tutto della famiglia e del marito, una donna che sia il “cuore del focolare” come recita un antico proverbio cinese. Infatti, come affermato nel Daxue (“Il grande studio” o “La grande scienza”, uno dei Classici confuciani), solo se la famiglia sarà ordinata allora anche lo Stato sarà ordinato e pacificato. La famiglia è infatti vista come fondamento di un equilibrio sociale che deve essere preservato e mantenuto per evitare il caos e ripristinare l’ordine: un equilibrio in cui ognuno ha compiti, doveri e imperativi da onorare.
Se si considera il confucianesimo (tacitamente o espressamente accusato dai posteri di ‘maschilismo’) come il pensiero che ha, più di altri, influenzato e plasmato la cultura cinese, le conseguenze storiche e sociali di questo sono riscontrabili anche in epoca attuale. Infatti, secondo alcune letture, la grande importanza che viene attualmente attribuita all’aspetto fisico delle ‘donne-lavoratrici’ e alla loro bellezza, potrebbe essere interpretata come una sorta di retaggio tradizionale di un ‘maschilismo’ insito nella mentalità cinese che spingerebbe a valutare la donna prima per il suo valore estetico, poi (forse) per le sue capacità produttive… D’altronde, come sostiene Nina Powers nel suo libro “La donna a una dimensione”, viviamo nell’epoca del “Curriculum ambulante”: in cui tutto ciò che conta (la bellezza, la gioventù, il fascino) deve essere pubblicamente esibito e ostentato. Non a caso infatti, in uno dei suoi articoli, Amy Hanser osserva ad esempio come in Cina l’espressione tie wanfan (lett. ‘ciotola per il riso di ferro’), usata in epoca socialista per riferirsi alla possibilità di impiego garantito, si sia presto trasformata in qingchunfan (lett. ‘ciotola per il riso di gioventù’), che allude invece al fatto che gioventù e bellezza rappresentano un potenziale ‘capitale’ da investire nel mondo del lavoro. Un mondo sempre più duro e competitivo anche in Cina, dove non bastano più titoli di studio, periodi di formazione all’estero o le intricate reti del guanxi per garantire un lavoro, soprattutto alle donne.
Ne è testimonianza la storia di He Zen, attualmente manager di una filiale del colosso bancario britannico HSBC. In un’intervista racconta che un giorno sua madre, mentre passeggiava per le strade di Shanghai, vide dei cartelloni pubblicitari con foto di modelle dall’aspetto semicaucasico e pensò che, per la propria figlia già ventottenne e ancora nubile, fosse giunto il momento di ricorrere a un intervento di chirurgia estetica. Lo stesso giorno si recò in una clinica e prese accordi per una serie di operazioni. A sole due settimane di distanza, He Zen aveva già ottenuto un’offerta di intership da parte della suddetta HSBC e, se si leggono alcune delle richieste che appaiono sugli annunci di lavoro, non c’è da stupirsi di tale esito: spesso infatti si pretendono espressamente candidate pinmao duanzhuang (‘dotate di bell’aspetto’) o almeno xingxiang hao (‘di bella presenza’).
Di storie come queste ce ne sono tante: sembra quasi che tutti coloro che ne hanno la possibilità non disdegnino il ‘ritocchino’(zhengxing, chirurgia plastica, lett. ‘riordinare la forma’) per aumentare le proprie chance di successo. Infatti, secondo le stime dell’Associazione Internazionale Chirurgia Plastica e Estetica, nel 2009 la Cina si è classificata al terzo posto (dopo USA e Brasile) per numero di interventi. Si calcola che, nello stesso anno, più di 3 milioni di persone si siano sottoposte a operazioni chirurgiche e che, la maggior parte di queste, fossero donne nel pieno della loro giovinezza. Infatti in Cina gli interventi più richiesti non hanno niente a che vedere con lifting o simili, ma riguardano il raddoppiamento della palpebra (shuangyanpi), il sollevamento del dorso nasale e l’assottigliamento della linea della mascella. Ciò significa ottenere un viso dai tratti non solo più ‘occidentali’ ma anche più marcati: occhi più aperti, un profilo più elegante e un ovale affinato. Come dichiara Xu Shirong, capo chirurgo plastico all’ospedale di Pechino: “credo che adesso le persone abbiano degli standard di bellezza più alti. Molto spesso dico ai miei pazienti che hanno già un punteggio di 98/100, che questo è già sufficientemente buono e che non c’è nessun bisogno di inseguire un perfetto 100. Ma la maggior parte di loro sceglie comunque di aggiungere i due punti mancanti.”
A questo proposito, conferma Ma Xiaowei, viceministro della Salute: “dobbiamo riconoscere che, al momento, la chirurgia plastica ed estetica è diventata un servizio comune, orientato verso le masse”. Affermazione quantomeno eclatante se si considera che solo negli anni ’80 la chirurgia plastica era assolutamente proibita, etichettata come una tecnica ‘straniera’ e ‘borghese’ e la bellezza era, al massimo, un optional: ad esempio, nel non lontanissimo 1988, il leader del PC Jiang Zemin impedì di fatto la programmazione di un concorso di bellezza a Shanghai con la motivazione che i tempi non erano ancora maturi per questo e che “spendere 450.000 yuan per un concorso di bellezza era prematuro”. Nel 2004 la stessa Cina fu orgogliosa di assegnare alla ventiduenne Feng Qian, il titolo di “Miss Artificial Beauty” oltre a un premio di 50.000 yuan.
Sulla stessa scia si colloca anche la messa in onda nel 2007 di un reality show: “Lovely Cinderella”, copia del programma americano “The Swan”, prodotto dalla FOX, in cui un gruppo di donne concorre per sottoporsi a delle operazioni chirurgiche capaci di far uscire allo scoperto il ‘cigno’ nascosto all’ombra del ‘brutto anatroccolo’. Nello show, non si risparmiano immagini forti o velenose battute dirette a enfatizzare i ‘difetti’ delle sfidanti, che si sentono sempre meno cigni e sempre più brutti anatroccoli. La vincitrice, votata dal pubblico, avrà in premio un completo makeover presso una clinica coreana a Pechino.
Si tratta di un caso estremamente interessante per vari motivi: da un lato c’è il fatto che si tratta di un format riconoscibilmente americano, con concorrenti cinesi che dichiarano di voler assomigliare a attrici cinesi e che sono ‘disposte’ per questo a farsi operare da chirurghi coreani. Dall’altro, nel 2006, il governo aveva imposto un bando sulla pubblicità televisiva dei prodotti per il corpo, perché il linguaggio usato era eccessivamente allettante e ingannevole. L’anno successivo però, lo stesso tipo di linguaggio, fu abbondantemente utilizzato nel programma e contribuì alla sua riuscita.
Questi fatti rappresentano in maniera evidente il cambiamento nei costumi di una Cina che, dagli anni della ‘politica della porta aperta’ e delle ‘modernizzazioni’, si è imposta sul mercato come potenza economica mondiale, causando effetti concreti anche sul piano dell’immagine e sul ruolo della donna. Come afferma anche Elena Pollacchi, parlando del fenomeno delle donne manager ricche, belle e affascinanti: “attraverso la propria immagine di imprenditrici di successo, di donne colte e eleganti, queste figure sembrano veicolare un discorso più ampio che coinvolge, oltre alle strategie culturali e di business dello spettacolo, nuovi fenomeni di divismo e, più in generale, l’immagine che la Cina offre di sé nel contesto mediatico asiatico e internazionale”. Evidente se, analizzando ad esempio il campo dell’editoria e della pubblicità, confrontiamo la rivista Self con la corrispettiva versione cinese Yueji. Già nel titolo, sono evidenti numerose differenze: il carattere yue significa infatti ‘felice/felicità’ e ji (che traduce più o meno alla lettera il self inglese) implica il fatto che questa possa essere raggiunta autonomamente dalla donna, una donna che ‘è felice per/di/con sé stessa’. Interessante anche l’immagine pubblicitaria che promuove il prodotto, in cui si vede una bellissima ed elegantissima ragazza cinese ‘moderna’ che, sfoggiando numerose carte di credito, recita: Nanren fuzhang zhide xuanyao, dan ziji maidan na jiao jiao’ao (“se è l’uomo a pagare il conto, merita prestigio, ma se a pagare sono io, posso dirmene orgogliosa.”)
Ecco dunque l’icona femminile della Cina contemporanea: una donna giovane, affascinante, autonoma e assolutamente autosufficiente dal punto di vista economico e referenziale. Tutti aggettivi che potremmo applicare anche, senza troppe virate metaforiche, alla ‘nuova Cina’ che avanza: una Cina che ci tiene a presentarsi e ad autorappresentarsi all’esterno come moderna, indipendente, realizzata e dunque estremamente affascinante. Attraverso le immagini divulgate si evoca un’esplicita idea di benessere, ricchezza economica e prestigio che ha la funzione di mantenere un forte allure di successo e di attirare curiosità e interesse.
Questo appare evidente anche se si osservano le trasformazioni dell’ideale estetico femminile verificatosi negli ultimi anni: le nuove modelle, attrici e star sono alte, magrissime, con occhi grandi e labbra turgide. Esili e flessuose come giunchi, la pelle diafana e trasparente come carta di riso, gli occhi grandi e tondeggianti, appaiono al pubblico come delicati ‘fiori’ (non a caso in Cina per sottolineare l’aspetto ‘decorativo’ della bellezza femminile si utilizza il termine hua ping, lett. ‘vaso da fiori’) dall’irresistibile fascino misterioso e esotico. Ma, se solo si osservano immagini di donne di epoche precedenti (ad esempio del periodo socialista), si nota che ci troviamo di fronte a canoni completamente diversi. Si passa, nel giro di pochi anni, dallo stereotipo anni ’80 di una ‘donna-lavoratrice’ (laodong funü) forte, robusta e ben poco femminile, alla sinuosità conturbante dell’attrice Gong Li, lanciata sul grande schermo da Zhang Yimou nei primi anni ’90. Cos’è allora che ha prodotto questo ribaltamento nei confronti dei canoni della bellezza? Spesso si attribuisce la causa all’importazione di standard occidentali e al tentativo di conformarsi a questi ma, forse, non è del tutto corretto parlare di semplice ‘imitazione’: basta osservare il settore della cosmesi per rendersene conto. In Cina, per esempio, non c’è richiesta di creme abbronzanti. Lo sanno bene le varie case cosmetiche occidentali che hanno lanciato una dopo l’altra in rapida successione un’ampia scelta di prodotti sbiancanti per la pelle (White Detox di Biotherm, Pure di Dior, ecc.), ottenendo così in breve tempo il controllo dell’80% del mercato. Questo perché, al contrario che in Occidente, la carnagione bianca è tuttora interpretata come simbolo di vita agiata: in una Cina antica e rurale, dove la maggior parte dei contadini aveva la pelle indurita e scurita dal sole a cui era esposta, solo i ricchi potevano sfoggiare un incarnato pallido. Da qui il potere attrattivo di una pelle chiara, come attesta un antico proverbio ancora in uso: yi bai zhe san chou (‘una pelle chiara nasconde i tre difetti’).
Un altro esempio che potremmo citare, a testimonianza dei grandi cambiamenti che stanno avvenendo sotto i nostri occhi, è il dilagare anche in Cina delle diete e dell’ossessione alimentare. Significativo se si pensa che solo nei primi anni ’90, parte della popolazione rurale ancora viveva in condizioni di estrema povertà e l’ossessione nei confronti del cibo era semplicemente quella di nutrirsi quotidianamente (un modo molto comune di salutarsi in alcune zone del Sud era infatti: Ni chifanle mei you? lett. “Hai mangiato?”).
Nell’ultimo decennio però, si sta affacciando sempre più il problema del sovrappeso e dell’obesità (come rilevano anche Matthew Crabbe e Paul French nel loro libro “Fat China: How Expanding Waistlines Are Changing a Nation”) e la conseguente attrazione per la magrezza, soprattutto quella femminile, come sintetizzato in un famoso detto: dui yu yi ge nüren jieshi shi yi sheng de gongzuo, “per una donna stare a dieta, è il lavoro di una vita”.
Potremmo concludere quindi che, dietro agli eclatanti cambiamenti estetici che le donne cinesi hanno affrontato negli ultimi anni, si nascondano non solo retaggi tradizionali pseudo-confuciani o visioni maschilistiche, ma anche e soprattutto dinamiche e relazioni di potere che coinvolgono la Cina e i suoi rapporti con il resto del mondo. I due casi simbolo di Shi Nansun e Yue Sai-Kan sono indicativi di un riconoscimento pubblico di successo e affermazione personale secondo standard che non sono prettamente cinesi, ma bensì ‘internazionali’. Un punto a favore da assegnare dunque non solo a queste donne, ma anche alla nazione che le ha generate, prodotte e modellate e a cui entrambe, nelle loro dichiarazioni pubbliche, rendono omaggio.
Rita Barbieri
Laureata con lode in Lingue e Civiltà dell’Oriente antico e moderno presso l’Università degli studi di Firenze, Rita Barbieri insegna italiano agli stranieri, cinese e inglese presso varie strutture private a Firenze. Curatrice e traduttrice di alcuni testi online, ha al suo attivo la pubblicazione di articoli riguardanti la Cina classica e contemporanea su riviste come “Testimonianze” e “East: Europe and Asia strategies”. È specializzata in storia delle religioni e in filosofia orientale.