lunedì 7 settembre 2026

 Ciao a tutte e a tutti, sono Aidai Mirbekova. Attualmente sto svolgendo un tirocinio

presso il Coordinamento. Mi sono laureata presso l'Università La Sapienza di Roma
con una tesi dal titolo "Di chi è l'utero?". Di seguito condivido con voi la versione
ridotta del mio lavoro d'analisi sulla libertà e sulle politiche riproduttive.

Di chi è l'utero?
La libertà riproduttiva non è mai soltanto privata
Una gravidanza viene spesso descritta come un'esperienza intima e personale. Eppure, nel
corso della storia, le decisioni riguardanti fertilità, contraccezione, aborto, parto e maternità sono
state profondamente influenzate da governi, istituzioni religiose, sistemi economici, tribunali,
autorità mediche e movimenti politici. L'utero non è soltanto un organo biologico: è anche uno
spazio politico.
È questo il punto di partenza delle politiche dell'utero (womb politics): la capacità riproduttiva
viene governata e contesa perché è legata al potere. Gli Stati possono incoraggiare le donne ad
avere più figli per contrastare il calo demografico, spingerle a limitare la fertilità in nome dello
sviluppo, restringere l'aborto per difendere valori religiosi o nazionali, oppure offrire servizi
riproduttivi in modo selettivo a determinate popolazioni.
In tutti questi casi, il corpo femminile viene inserito in progetti più ampi che riguardano la
nazione, l'economia, la moralità e l'ordine sociale. Il linguaggio utilizzato cambia: si parla di
controllo della popolazione, protezione della famiglia, moralità pubblica, sopravvivenza
nazionale o dovere religioso. La domanda fondamentale, però, rimane la stessa: chi ha l'autorità
di decidere se, quando e a quali condizioni una donna debba riprodursi?
La riproduzione come rapporto di potere
L'analisi femminista mostra che la riproduzione non è semplicemente un fatto biologico o una
scelta individuale. È un'istituzione sociale attraverso la quale vengono prodotti e mantenuti i
rapporti di genere.
Shulamith Firestone considerava la gravidanza e la cura dei figli una delle basi materiali
dell'oppressione femminile. Simone de Beauvoir, attraverso l'idea secondo cui "non si nasce
donna, lo si diventa", ha mostrato come la femminilità venga costruita da istituzioni, norme e
aspettative sociali. La maternità, quindi, non è soltanto un'esperienza personale: può diventare
un ruolo imposto, idealizzato o politicamente utilizzato.
La teoria femminista dell'economia politica amplia questa prospettiva. Silvia Federici ha
evidenziato come il capitalismo abbia trasformato il lavoro riproduttivo e di cura in un'attività
considerata "naturale", non retribuita e spesso invisibile, pur essendo indispensabile alla

riproduzione della forza lavoro. Nancy Fraser ha descritto una contraddizione simile: le
economie dipendono dalla cura e dalla riproduzione sociale, ma allo stesso tempo
indeboliscono le condizioni che le rendono possibili.
La governance della riproduzione svolge quindi una doppia funzione. Da un lato, limita o
organizza l'autonomia corporea; dall'altro, contribuisce a regolare il lavoro, la famiglia, la
cittadinanza e la continuità demografica. Le donne possono essere incoraggiate a fare figli
quando lo Stato ha bisogno di nuovi lavoratori o cittadini, oppure scoraggiate dal riprodursi
quando la loro fertilità viene considerata economicamente o politicamente indesiderabile.
Dal controllo demografico alla giustizia riproduttiva
La storia del Novecento offre numerosi esempi di Stati che hanno trattato la fertilità come una
risorsa demografica. In India, il programma nazionale di pianificazione familiare, avviato nel
1952, venne inizialmente presentato come una risposta volontaria alla povertà e alla crescita
della popolazione. Durante lo stato d'emergenza del 1975-1977, tuttavia, gli obiettivi demografici
contribuirono a campagne di sterilizzazione coercitiva, nelle quali milioni di persone furono
sottoposte a interventi sotto forti pressioni amministrative.
Il peso del controllo riproduttivo ricadde soprattutto sulle donne povere e appartenenti a gruppi
marginalizzati. Ancora oggi, la sterilizzazione femminile rappresenta una delle principali forme di
contraccezione in India, mentre la responsabilità della pianificazione familiare continua a essere
distribuita in modo profondamente diseguale tra uomini e donne.
Questa vicenda mostra un problema più generale: una politica può essere formalmente
volontaria e, nella pratica, coercitiva. Quando l'accesso al cibo, al lavoro, alla casa o ai benefici
sociali dipende dall'accettazione di un metodo contraccettivo, il consenso diventa estremamente
fragile. La libertà riproduttiva non può essere garantita soltanto attraverso il linguaggio della
scelta individuale, se le condizioni sociali rendono impossibile rifiutare.
La direzione opposta è rappresentata dal pronatalismo. Nei Paesi caratterizzati da bassa
natalità, i governi possono offrire incentivi economici, agevolazioni fiscali e campagne pubbliche
per incoraggiare le donne ad avere più figli. Queste misure possono apparire di sostegno, ma
rischiano comunque di rafforzare l'idea che il corpo femminile sia una risorsa nazionale.
La Polonia rappresenta bene questa contraddizione. Le restrizioni all'aborto sono state
progressivamente rafforzate attraverso l'alleanza tra nazionalismo conservatore e influenza
cattolica, mentre i programmi di sostegno alle famiglie sono stati presentati come strumenti per
contrastare il declino demografico. Ne è risultato un regime riproduttivo ambivalente: lo Stato
incoraggia la maternità considerata "utile", ma limita la libertà delle donne di decidere in altre
circostanze.
Anche l'Argentina dimostra che la legalizzazione non risolve automaticamente il problema
dell'accesso. La mobilitazione femminista e il movimento della Marea Verde hanno contribuito
alla legalizzazione dell'aborto nel 2020. Tuttavia, le donne rurali, indigene e a basso reddito

hanno continuato a incontrare ostacoli istituzionali, carenza di personale sanitario, stigma e
lunghi viaggi per ottenere assistenza.
Questi casi dimostrano perché la giustizia riproduttiva richieda più della semplice esistenza di
una legge. Essa comprende le condizioni materiali necessarie per esercitare un diritto: servizi
sanitari accessibili, contraccezione sicura, aborto non stigmatizzato, protezione dalla violenza,
sicurezza economica, abitazione, servizi per l'infanzia e possibilità di crescere i figli in condizioni
dignitose.
La domanda, dunque, non è soltanto se l'aborto sia legale. È anche: chi può effettivamente
accedervi?
Religione, nazionalismo e corpo morale
La religione viene spesso descritta come un ostacolo uniforme ai diritti riproduttivi. Una simile
lettura, però, è insufficiente. Le istituzioni religiose hanno spesso rafforzato idee patriarcali sulla
purezza, la maternità, la sessualità e l'autorità familiare. Hanno inoltre influenzato costituzioni,
politiche pubbliche, sistemi sanitari e campagne elettorali.
L'ex disciplina costituzionale irlandese sull'"embrione", la politica riproduttiva
cattolico-nazionalista polacca e il dibattito sull'aborto negli Stati Uniti mostrano come idee
religiose possano trasformarsi in strutture giuridiche.
La religione, tuttavia, non è una forza politica unica. Le tradizioni religiose vengono interpretate
in modi diversi da denominazioni, comunità e soggetti storici differenti. Donne, teologhe e leader
religiosi hanno reinterpretato dottrine cristiane, ebraiche e islamiche per difendere la dignità, la
coscienza e l'autodeterminazione riproduttiva.
Anche la religione vissuta è diversa dalla dottrina ufficiale. Le donne possono usare
contraccettivi, ricorrere all'aborto o scegliere tecniche di procreazione assistita negoziando le
proprie decisioni attraverso concetti come coscienza, responsabilità, perdono, cura e volontà
divina. In queste situazioni, la religione non è soltanto un divieto esterno: diventa parte del
ragionamento morale attraverso cui le donne comprendono e giustificano le proprie scelte.
Lo stesso vale per il nazionalismo. I movimenti nazionalisti rappresentano spesso le donne
come "madri della nazione", responsabili della riproduzione della comunità etnica, religiosa o
culturale. In India, alcune narrazioni demografiche hanno esaltato la fertilità delle donne hindu
come strumento di rafforzamento della maggioranza, mentre hanno rappresentato la
riproduzione delle donne musulmane come una minaccia alla sicurezza nazionale.
In Kirghizistan, discorsi religiosi e nazionalisti possono idealizzare la maternità e, allo stesso
tempo, attribuire alle donne la responsabilità di problemi sociali ed economici più ampi. Il corpo
femminile diventa così il luogo sul quale vengono proiettate paure riguardanti la decadenza
morale, la crisi demografica, la disoccupazione o il futuro della nazione.

Una gravidanza, di conseguenza, non viene più considerata soltanto un'esperienza individuale.
Può diventare il simbolo della vitalità nazionale, del pericolo demografico o della continuità
culturale. La donna concreta scompare dietro le esigenze immaginate della collettività.
Diritti formali e accesso reale
Il diritto internazionale ha elaborato importanti tutele per la salute riproduttiva e l’uguaglianza. La
Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne riconosce
l’importanza dell’accesso non discriminatorio all’assistenza sanitaria e alla pianificazione
familiare. La Conferenza del Cairo del 1994 e la Piattaforma d’azione di Pechino del 1995
hanno contribuito a spostare l’attenzione dal controllo della popolazione verso la salute,
l’autonomia e i diritti riproduttivi.
Tuttavia, il sistema internazionale rimane frammentato. Alcune istituzioni stabiliscono norme
giuridiche, altre forniscono finanziamenti, indicazioni tecniche o servizi. Nessuna possiede
strumenti sufficienti per garantire che tali diritti siano applicati in modo uniforme. Gli Stati
possono ratificare trattati per ottenere legittimità internazionale e, nello stesso tempo, non
assicurare l’accesso effettivo ai servizi.
Il divario tra diritto e realtà emerge in molti contesti. In Kirghizistan, una legislazione
relativamente liberale sull’aborto convive con infrastrutture sanitarie deboli, difficoltà di accesso
alla contraccezione e stigma religioso. Negli Stati Uniti, il riconoscimento costituzionale garantito
da Roe v. Wade non ha impedito la formazione di un sistema a due livelli, nel quale le donne
povere e quelle residenti nelle aree rurali incontravano ostacoli economici e geografici molto
maggiori.
La tecnologia apre nuove possibilità, ma crea anche rischi. La telemedicina e le reti
transnazionali hanno permesso a molte persone di ricevere informazioni e assistenza oltre i
confini degli Stati più restrittivi. Allo stesso tempo, cronologie di ricerca, applicazioni sanitarie e
dati medici possono essere utilizzati per sorvegliare, stigmatizzare o perseguire chi prende
decisioni riproduttive.
La privacy digitale deve quindi essere considerata parte integrante dell’autonomia corporea.
Una tecnologia che amplia l’accesso, ma espone le utenti alla sorveglianza, non produce vera
libertà.
La società civile come forma di resistenza
Gli Stati non sono gli unici soggetti a determinare le politiche dell’utero. I movimenti femministi e
le organizzazioni della società civile non si limitano a opporsi al controllo riproduttivo:
costruiscono forme alternative di governance. Offrono informazioni, assistenza legale,
medicinali, reti di cura e interpretazioni religiose capaci di ridurre lo stigma.
In Corea del Sud, coalizioni femministe, mediche e sindacali hanno trasformato l’aborto da
questione morale a problema di giustizia e salute pubblica, contribuendo alla sua

depenalizzazione. In Ungheria, associazioni per i diritti delle donne hanno contestato l’obbligo di
consulenza e i periodi di attesa attraverso campagne legali e ricorsi europei. In Kenya, le
organizzazioni locali hanno collaborato con anziani e autorità comunitarie per rendere i servizi di
salute riproduttiva più accettabili e accessibili. In Uganda, educatori e giovani attivisti hanno
collegato la contraccezione alla prevenzione dell'HIV e all'idea che il corpo appartenga alla
persona che lo abita, non allo Stato o all'autorità religiosa.
In contesti più repressivi, la resistenza può essere meno visibile: reti digitali, comunicazione
criptata e pratiche di mutuo aiuto permettono di aggirare i divieti senza esporsi pubblicamente.
Queste pratiche sono politicamente importanti perché contestano il monopolio statale sulla
conoscenza e sulle decisioni riproduttive.
Le lotte riproduttive trasformano anche il significato della cittadinanza. Quando le donne si
mobilitano per l'aborto, la contraccezione, la salute o la protezione dalla violenza, non chiedono
soltanto un servizio medico. Rivendicano autorità sul proprio corpo e il diritto a partecipare
pienamente alla vita pubblica.
Per questo le politiche dell'utero riguardano, in ultima analisi, la democrazia. Uno Stato che
tratta le donne come strumenti demografici limita anche il loro status di cittadine. Riconoscere le
donne come soggetti morali, pazienti, lavoratrici, madri, non madri, elettrici e titolari di diritti
significa invece riconoscere che l'autonomia riproduttiva è parte della partecipazione
democratica.
La libertà riproduttiva non può essere garantita concentrandosi soltanto sulla legge sull'aborto.
Occorre intervenire sull'intero sistema che organizza la riproduzione: famiglia, lavoro, welfare,
religione, sanità, tecnologia, migrazione e nazionalismo.
L'utero è stato a lungo trattato come un contenitore delle ambizioni dello Stato, della religione e
dell'economia. Le politiche dell'utero rendono visibile questo processo e propongono una
direzione diversa: un mondo in cui i corpi riproduttivi non siano infrastrutture nazionali, strumenti
demografici o campi di battaglia morale, ma luoghi di dignità, autonomia e libertà.
— Aidai M

Tirocinante presso LEF ITALIA e COORDINAMENTO ITALIANO DELLA LOBBY EUROPEA DELLE DONNE

Agosto 2026